LA FRONTIERA DELL'INVISIBILE // ATTI DEL CONVEGNO



Titolo: La Frontiera dell’invisibile. Nutraceutical, nanobiotecnologie, test genetici;

Editore: Baldini e Castoldi Dalai.

Prezzo: 14 euro


Rassegna Stampa


LA FRONTIERA DELL'INVISIBILE // PRESENTAZIONE

Che cosa sono i nutriceuticals, le nanobiotecnologie, i test genetici? Quali i vantaggi per la salute, l’ambiente, la società? Quali i rischi?
Mentre il dibattito sugli OGM è sempre più acceso, poco si parla dei cosiddetti OGM “di seconda generazione”, piante che produrranno vaccini, o applicazioni biotecnologiche che faranno interagire materia vivente e materia inerte, con la prospettiva di robot “intelligenti”.

Un congresso internazionale organizzato dal Consiglio dei Diritti Genetici, organo di ricerca e comunicazione sulle biotecnologie, ha fatto il punto su queste nuove applicazioni biotecnologiche. Si tratta di “Cdg – Scienza e Società – La frontiera dell’invisibile: nutriceuticals, biomedicina, nanobiotecnologie”, che si è tenuto il 16 e 17 ottobre 2004 a Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Nato in collaborazione con la Regione Toscana e il Comune di Lastra a Signa, con il contributo di Coop Italia, Scienza e Società stato il primo di una serie di appuntamenti annuali per fare chiarezza sullo stato dell’arte della scienza, sia dal punto di vista della ricerca, con aggiornamenti su novità e scoperte, sia dal punto di vista della società, con una riflessione su rischi, vantaggi, impatti delle nuove biotecnologie per l’ambiente e la salute.

Ma cosa c’è oltre la frontiera dell’invisibile?

Prima sessione, nano-bio-tecnologie: tecniche di manipolazione della materia a livello atomico e molecolare, su scala nanometrica (dove un nanometro è un miliardesimo di metro), con la possibilità di assemblare materia inerte e materia vivente (ad esempio virus, batteri, dna..).
Benché la maggior parte dei progetti siano ancora in fase di sperimentazione, alcuni prodotti sono già sul mercato, dai tessuti antimacchia ai rossetti superbrillanti, e la ricerca avanza rapidamente in diversi campi, dall’informatica alla medicina: arriveranno computer piccolissimi con capacità di memoria enorme, microstrutture per pulire arterie o intervenire sulle valvole cardiache, farmaci trasportati direttamente nei punti dell’organismo che ne hanno bisogno. Forse anche micro-robot “intelligenti” capaci di auto-assemblarsi e auto-replicarsi, come nelle previsioni dello stesso Eric Drexler, inventore del termine “nanobiotecnologia” negli anni Novanta.
Secondo Christine Peterson, Presidente del Foresight Institute di Palo Alto, istituto di ricerca e comunicazione sulle nanotecnologie fondato dallo stesso Drexler, entro cinque o dieci anni sarà avviata la sperimentazione sull’uomo di nuovi metodi per dispensare farmaci e di nuovi particolari sensori biologici, con la promettente aspettativa di essere utilizzati per disattivare cellule cancerose.
Ma i dubbi sono tanti. “Mentre la letteratura tecnica sulla nanotecnologia di base continua a mantenere una velocità di crescita annua quasi esponenziale – spiega Kristen Kulinowski, Direttore del Centro per le Nanotecnologie Biologiche ed Ambientali della Rice University di Houston – la ricerca sui pericoli dei nanomateriali segna il passo”. Mancano piani di monitoraggio e gestione dei rischi per l’ambiente e la salute; non si conosce il comportamento delle nanoparticelle una volta immesse nell’ambiente, né è possibile controllarne con esattezza il numero; non è stato previsto un sistema di eliminazione dall’organismo, benché le sperimentazioni animali fin qui condotte abbiano dimostrato che le nanoparticelle che penetrano organismi viventi tendono ad accumularvisi, non essendo l’organismo in grado di distruggerle; non si conoscono gli effetti di un loro ingresso nella catena alimentare; non c’è alcuna normativa di riferimento. Carente, inoltre, l’informazione. Da un sondaggio commissionato dal Consiglio dei Diritti Genetici all’istituto SWG di Trieste, risulta che solo un intervistato su tre ha già sentito parlare di nanotecnologie e, di questi, solo la metà è in grado di darne una definizione pertinente.

Seconda sessione, nutraceuticals: piante geneticamente modificate per fornire al consumatore più sostanze nutritive o addirittura farmaci. Qualche esempio? Riso arricchito di ferro, grano saraceno contro il diabete, piante produttrici di vaccini.
E le promesse sono davvero entusiasmanti: vegetali che produrranno vitamine di ogni tipo; cibi completamente privi di sostanze dannose per la salute e arricchiti con elementi che possono prevenire l’insorgere di malattie; alimenti che non daranno più intolleranze o allergie, oppure “potenziati” per favorire le prestazioni atletiche.
Un po’ meno entusiasmanti le questioni legate alla sicurezza alimentare e ambientale. Come per gli ogm cosiddetti di prima generazione, colture ingegnerizzato per tollerare un erbicida o resistere agli insetti, anche per i trangenici di seconda e terza è stato osservato che qualsiasi manipolazione ingegneristica tesa a migliorare il contenuto nutrizionale degli alimenti, interferendo in modo profondo con importanti vie metaboliche, può dar luogo a variazioni della concentrazione di altri nutrienti, comprese alcune tossine. Inoltre, secondo Claudio Malagoli, docente di Economia Agraria all’Università di Bologna e moderatore della sessione sui nutriceuticals, sono ancora molte le questioni da regolamentare, dall’organizzazione del sistema di coltivazione e distribuzione delle derrate agricolo/alimentari/farmaceutiche, alla corretta informazione del pubblico, fino alle implicazioni di carattere economico.
Resta aperta anche la questione normativa: mentre si avvicinano al mercato, i nutraceuticals rimangono inesistenti per la legislazione europea, nella quale manca una vera e propria regolamentazione specifica relativa agli “alimenti funzionali transgenici”.

Terza sessione, biomedicina e test genetici, una questione attuale con radici ormai ventennali.
Comincia infatti negli anni ’80 la cosiddetta geneticizzazione della medicina, con la promessa di rimuovere ogni malattia e di sconfiggere quella che sembra la più terribile per gli uomini del XXI secolo, la vecchiaia. E tutto attraverso la scoperta e l’identificazione di quelli che appaiono come gli elementi-chiave dell’esistenza, i cosiddetti mattoni della vita: i geni.
Con gli anni ci si rende conto che la presunta corrispondenza tra un gene, una proteina, un carattere, non è così esclusiva e lineare: molteplici sono i fattori che possono intervenire, non ultimo l’ambiente esterno e interno. “L’uomo non è un robot controllato dai suoi geni”, afferma Francis Collins, direttore del National Human Genome Research Institute di Bethesda, nel 2001, quando si arriva alla mappatura del genoma umano. Quello che lui stesso aveva definito il “manuale di istruzioni di ognuno di noi” si era infatti rivelato molto più lacunoso e incompleto del previsto: ventottomila geni invece dei centomila ipotizzati, e molti, troppi, i “luoghi” dell’essere umano rimasti fuori dalla “mappa”.
Eppure i test genetici, cioè l’analisi del DNA per individuare alterazioni di vario genere correlate con patologie ereditabili, approdano negli Stati Uniti e, da lì in Europa. “Negli Usa i test genetici producono già un volume di affari significativo – spiega il genetista americano Paul R. Billings. “Nell’ultimo anno ne sono stati eseguiti circa 7 milioni. La maggior parte su donne in gravidanza e neonati, ma circa un milione e mezzo su adulti sani. Il settore dei test genetici si è sviluppato rapidamente perché i margini di guadagno e il recupero dei costi commerciali sono vantaggiosi. Le possibilità di profitto sono immense, sia per chi possiede i brevetti, sia per chi commercializza i test. Ma chi li vende spesso non informa il cliente del carattere probabilistico del responso e questo può provocare situazioni laceranti”. Con enormi ricadute sulla vita privata e lavorativa, e conseguenze evidenti nella stipula delle assicurazioni.
Sulla questione il dibattito è acceso: da una parte i sostenitori e dall’altra gli scettici, circa le promesse della medicina predittiva, soprattutto nel trattamento dei tumori. In particolare Mariano Bizzarri, professore di Biochimica e Patologia Clinica in Oncologia all’Università La Sapienza di Roma, si oppone ad una concezione “all’americana” della malattia, secondo la quale il cancro sarebbe una patologia irreversibile legata all’alterazione di uno o più geni. In realtà la diversa struttura del gene non sarebbe una prova della presenza della malattia, e quindi il test genetico non avrebbe valore predittivo valido al cento per cento.
Al di là delle diverse correnti di pensiero interne alla stessa medicina, in Italia non è comunque possibile vendere i kit genetici fai da te, come accade invece negli Usa, e le analisi del Dna sono effettuate sotto stretto controllo. Come sottolinea Giuseppe Novelli, professore di Genetica Umana all’Università Tor Vergata di Roma, i test non sono fatti a caso, ma su pazienti già selezionati in base a certe caratteristiche familiari. Inoltre i kit fai da te non sono autorizzati in Europa, dove la Società di genetica europea ha bloccato il brevetto chiesto dall’ azienda produttrice. Resta il fatto che, nonostante il mondo scientifico sia ancora diviso sulla validità predittiva dei test, la Commissione Europea, come sottolineato da Sabina Morandi, giornalista scientifica e moderatrice della sessione sulla biomedicina, ha prodotto a maggio un documento sugli aspetti etici, legali e sociali dei test genetici, documento in cui l’assunto di base è che tali esami entreranno presto a far parte dei Sistemi Sanitari Nazionali. D’altronde la riflessione normativa arriva molto dopo la commercializzazione e diffusione dei test, forte soprattutto in Italia, che ne detiene il primato.


 


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