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Che
cosa sono i nutriceuticals, le nanobiotecnologie, i
test genetici? Quali i vantaggi per la salute, l’ambiente,
la società? Quali i rischi?
Mentre il dibattito sugli OGM è sempre più
acceso, poco si parla dei cosiddetti OGM “di seconda
generazione”, piante che produrranno vaccini,
o applicazioni biotecnologiche che faranno interagire
materia vivente e materia inerte, con la prospettiva
di robot “intelligenti”.
Un congresso internazionale
organizzato dal Consiglio dei Diritti Genetici, organo
di ricerca e comunicazione sulle biotecnologie, ha fatto
il punto su queste nuove applicazioni biotecnologiche.
Si tratta di “Cdg – Scienza e Società
– La frontiera dell’invisibile: nutriceuticals,
biomedicina, nanobiotecnologie”, che si è
tenuto il 16 e 17 ottobre 2004 a Lastra a Signa, in
provincia di Firenze. Nato in collaborazione con la
Regione Toscana e il Comune di Lastra a Signa, con il
contributo di Coop Italia, Scienza e Società
stato il primo di una serie di appuntamenti annuali
per fare chiarezza sullo stato dell’arte della
scienza, sia dal punto di vista della ricerca, con aggiornamenti
su novità e scoperte, sia dal punto di vista
della società, con una riflessione su rischi,
vantaggi, impatti delle nuove biotecnologie per l’ambiente
e la salute.
Ma cosa c’è oltre
la frontiera dell’invisibile?
Prima
sessione, nano-bio-tecnologie: tecniche di
manipolazione della materia a livello atomico e molecolare,
su scala nanometrica (dove un nanometro è un
miliardesimo di metro), con la possibilità di
assemblare materia inerte e materia vivente (ad esempio
virus, batteri, dna..).
Benché la maggior parte dei progetti siano ancora
in fase di sperimentazione, alcuni prodotti sono già
sul mercato, dai tessuti antimacchia ai rossetti superbrillanti,
e la ricerca avanza rapidamente in diversi campi, dall’informatica
alla medicina: arriveranno computer piccolissimi con
capacità di memoria enorme, microstrutture per
pulire arterie o intervenire sulle valvole cardiache,
farmaci trasportati direttamente nei punti dell’organismo
che ne hanno bisogno. Forse anche micro-robot “intelligenti”
capaci di auto-assemblarsi e auto-replicarsi, come nelle
previsioni dello stesso Eric Drexler, inventore del
termine “nanobiotecnologia” negli anni Novanta.
Secondo Christine Peterson, Presidente del Foresight
Institute di Palo Alto, istituto di ricerca e comunicazione
sulle nanotecnologie fondato dallo stesso Drexler, entro
cinque o dieci anni sarà avviata la sperimentazione
sull’uomo di nuovi metodi per dispensare farmaci
e di nuovi particolari sensori biologici, con la promettente
aspettativa di essere utilizzati per disattivare cellule
cancerose.
Ma i dubbi sono tanti. “Mentre la letteratura
tecnica sulla nanotecnologia di base continua a mantenere
una velocità di crescita annua quasi esponenziale
– spiega Kristen Kulinowski, Direttore del Centro
per le Nanotecnologie Biologiche ed Ambientali della
Rice University di Houston – la ricerca sui pericoli
dei nanomateriali segna il passo”. Mancano piani
di monitoraggio e gestione dei rischi per l’ambiente
e la salute; non si conosce il comportamento delle nanoparticelle
una volta immesse nell’ambiente, né è
possibile controllarne con esattezza il numero; non
è stato previsto un sistema di eliminazione dall’organismo,
benché le sperimentazioni animali fin qui condotte
abbiano dimostrato che le nanoparticelle che penetrano
organismi viventi tendono ad accumularvisi, non essendo
l’organismo in grado di distruggerle; non si conoscono
gli effetti di un loro ingresso nella catena alimentare;
non c’è alcuna normativa di riferimento.
Carente, inoltre, l’informazione. Da un sondaggio
commissionato dal Consiglio dei Diritti Genetici all’istituto
SWG di Trieste, risulta che solo un intervistato su
tre ha già sentito parlare di nanotecnologie
e, di questi, solo la metà è in grado
di darne una definizione pertinente.
Seconda
sessione, nutraceuticals: piante geneticamente
modificate per fornire al consumatore più sostanze
nutritive o addirittura farmaci. Qualche esempio? Riso
arricchito di ferro, grano saraceno contro il diabete,
piante produttrici di vaccini.
E le promesse sono davvero entusiasmanti: vegetali che
produrranno vitamine di ogni tipo; cibi completamente
privi di sostanze dannose per la salute e arricchiti
con elementi che possono prevenire l’insorgere
di malattie; alimenti che non daranno più intolleranze
o allergie, oppure “potenziati” per favorire
le prestazioni atletiche.
Un po’ meno entusiasmanti le questioni legate
alla sicurezza alimentare e ambientale. Come per gli
ogm cosiddetti di prima generazione, colture ingegnerizzato
per tollerare un erbicida o resistere agli insetti,
anche per i trangenici di seconda e terza è stato
osservato che qualsiasi manipolazione ingegneristica
tesa a migliorare il contenuto nutrizionale degli alimenti,
interferendo in modo profondo con importanti vie metaboliche,
può dar luogo a variazioni della concentrazione
di altri nutrienti, comprese alcune tossine. Inoltre,
secondo Claudio Malagoli, docente di Economia Agraria
all’Università di Bologna e moderatore
della sessione sui nutriceuticals, sono ancora molte
le questioni da regolamentare, dall’organizzazione
del sistema di coltivazione e distribuzione delle derrate
agricolo/alimentari/farmaceutiche, alla corretta informazione
del pubblico, fino alle implicazioni di carattere economico.
Resta aperta anche la questione normativa: mentre si
avvicinano al mercato, i nutraceuticals rimangono inesistenti
per la legislazione europea, nella quale manca una vera
e propria regolamentazione specifica relativa agli “alimenti
funzionali transgenici”.
Terza
sessione, biomedicina e test genetici, una
questione attuale con radici ormai ventennali.
Comincia infatti negli anni ’80 la cosiddetta
geneticizzazione della medicina, con la promessa di
rimuovere ogni malattia e di sconfiggere quella che
sembra la più terribile per gli uomini del XXI
secolo, la vecchiaia. E tutto attraverso la scoperta
e l’identificazione di quelli che appaiono come
gli elementi-chiave dell’esistenza, i cosiddetti
mattoni della vita: i geni.
Con gli anni ci si rende conto che la presunta corrispondenza
tra un gene, una proteina, un carattere, non è
così esclusiva e lineare: molteplici sono i fattori
che possono intervenire, non ultimo l’ambiente
esterno e interno. “L’uomo non è
un robot controllato dai suoi geni”, afferma Francis
Collins, direttore del National Human Genome Research
Institute di Bethesda, nel 2001, quando si arriva alla
mappatura del genoma umano. Quello che lui stesso aveva
definito il “manuale di istruzioni di ognuno di
noi” si era infatti rivelato molto più
lacunoso e incompleto del previsto: ventottomila geni
invece dei centomila ipotizzati, e molti, troppi, i
“luoghi” dell’essere umano rimasti
fuori dalla “mappa”.
Eppure i test genetici, cioè l’analisi
del DNA per individuare alterazioni di vario genere
correlate con patologie ereditabili, approdano negli
Stati Uniti e, da lì in Europa. “Negli
Usa i test genetici producono già un volume di
affari significativo – spiega il genetista americano
Paul R. Billings. “Nell’ultimo anno ne sono
stati eseguiti circa 7 milioni. La maggior parte su
donne in gravidanza e neonati, ma circa un milione e
mezzo su adulti sani. Il settore dei test genetici si
è sviluppato rapidamente perché i margini
di guadagno e il recupero dei costi commerciali sono
vantaggiosi. Le possibilità di profitto sono
immense, sia per chi possiede i brevetti, sia per chi
commercializza i test. Ma chi li vende spesso non informa
il cliente del carattere probabilistico del responso
e questo può provocare situazioni laceranti”.
Con enormi ricadute sulla vita privata e lavorativa,
e conseguenze evidenti nella stipula delle assicurazioni.
Sulla questione il dibattito è acceso: da una
parte i sostenitori e dall’altra gli scettici,
circa le promesse della medicina predittiva, soprattutto
nel trattamento dei tumori. In particolare Mariano Bizzarri,
professore di Biochimica e Patologia Clinica in Oncologia
all’Università La Sapienza di Roma, si
oppone ad una concezione “all’americana”
della malattia, secondo la quale il cancro sarebbe una
patologia irreversibile legata all’alterazione
di uno o più geni. In realtà la diversa
struttura del gene non sarebbe una prova della presenza
della malattia, e quindi il test genetico non avrebbe
valore predittivo valido al cento per cento.
Al di là delle diverse correnti di pensiero interne
alla stessa medicina, in Italia non è comunque
possibile vendere i kit genetici fai da te, come accade
invece negli Usa, e le analisi del Dna sono effettuate
sotto stretto controllo. Come sottolinea Giuseppe Novelli,
professore di Genetica Umana all’Università
Tor Vergata di Roma, i test non sono fatti a caso, ma
su pazienti già selezionati in base a certe caratteristiche
familiari. Inoltre i kit fai da te non sono autorizzati
in Europa, dove la Società di genetica europea
ha bloccato il brevetto chiesto dall’ azienda
produttrice. Resta il fatto che, nonostante il mondo
scientifico sia ancora diviso sulla validità
predittiva dei test, la Commissione Europea, come sottolineato
da Sabina Morandi, giornalista scientifica e moderatrice
della sessione sulla biomedicina, ha prodotto a maggio
un documento sugli aspetti etici, legali e sociali dei
test genetici, documento in cui l’assunto di base
è che tali esami entreranno presto a far parte
dei Sistemi Sanitari Nazionali. D’altronde la
riflessione normativa arriva molto dopo la commercializzazione
e diffusione dei test, forte soprattutto in Italia,
che ne detiene il primato.
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