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Grano o grane

“… la storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.”

Così termina il brano ‘La storia’ di Francesco de Gregori. Queste narrazioni cercano di spiegare perché ‘siamo noi questo piatto di grano’

*Con la collaborazione di Chiara Certomà

Indice delle narrazioni


Grano: storia di un mito

Dal culto egiziano di Osiride, “spirito del grano”, a quello greco-latino di Demetra e Cerere, fino all’eucaristia cristiana, il pane ha attraversato tutto il bacino del Mediterraneo come simbolo di nutrimento spirituale, metafora del legame tra morte e rinascita, misura (granum, appunto), dei cicli temporali di milioni di uomini.
Importata in Italia dalla Grecia nel III° sec. a.C., l’arte della panificazione diventa presto un rituale religioso, e Demetra, la madre terra greca, diventa Cerere, la dea bionda, come le spighe di grano che, in suo onore, si cominciano a chiamare cerealis, cioè “sacre a Cerere”. Questa nuova dea della “crescita” e della “creazione” (dall’indoeuropeao ker, creare, crescere) viene celebrata in coppia con Bacco, dio della fecondazione e delle vigne, e le feriae seminativae, le feste della semina a loro dedicate, diventano occasione di banchetti e libagioni di vino.
Quello di Cerere diventa così, da subito, un culto popolare: i plebei le dedicano un tempio sull’Aventino e la venerano insieme alla figlia Proserpina e all’esuberante Bacco, nella cosiddetta Triade Plebea, contrapposta a quella Capitolina di Giove, Giunone e Minerva, simbolo del potere nobiliare. Attraverso il grano, la religione diventa lotta sociale, il pane nutrimento politico e spirituale insieme. Come già in Grecia, dove insieme ai primi chicchi di frumento, la dea Demetra aveva donato agli uomini la giustizia, anche a Roma le pratiche agricole si legano a quelle civili, sancendo un legame indissolubile fra pratiche agricole e atti civili, fra tempi dei campi e tempi della città.
Il grano assume valore di cibo sacro, addirittura di viatico per accedere al mondo degli Inferi: non a caso è proprio ad una “soporosa” focaccia di farina impastata con erbe e miele, che Enea ricorre per addormentare Cerbero, custode infernale, ed entrare nell’aldilà, come ci racconta Virgilio nel sesto libro dell’Eneide. E nello stesso poema ci ricorda che di farina è fatto non soltanto il cibo ma anche il “piatto”: quando l’Arpia maledice Enea, profetizza per l’eroe e per i suoi compagni “tanta fame che addenterete anche le mense”, cioè i “piatti”. Ma la profezia si rivela meno terribile del previsto: Enea e compagni si ritrovano in realtà a mangiare delle saporite focacce di pane, usate durante i banchetti come base per tagliare i cibi. E dall’usanza, durata per tutto il medioevo, di distribuire un disco di farina, cioè una “mensa”, ogni due persone, deriva il detto “mangiare alla stessa mensa”.
Il tema virgiliano del pane come legame fra i due mondi, come offerta per la salvezza, ricorre frequentemente nella tradizione religiosa popolare e nelle narrazioni fantastiche, ma è soprattutto con il cristianesimo che diventa vero e proprio simbolo di nutrimento spirituale. La presenza del grano e del pane è costante in tutto il racconto biblico, dal Vecchio al Nuovo Testamento. Compare nel libro dell’Esodo, in cui si narra l’origine del pane azzimo, mangiato dagli ebrei a Pasqua in ricordo della fuga dall’Egitto, quando il popolo ebraico, guidato da Mosè, abbandonò in fretta le proprie case, portando via le madie con la pasta di pane non ancora lievitata (Esodo, 12,34). E torna, nello stesso libro, col miracolo della “manna”, quando, dopo un mese e mezzo di vagabondaggio nel deserto verso la terra promessa, in un momento di generale disperazione per la fine delle provviste, l’accampamento viene ricoperto da una misteriosa sostanza commestibile, simile a una brina “minuta e granulosa”, che Mosè chiama “pane” che il Signore ha mandato come “cibo” (Esodo, 16, 13-14).
Nel Nuovo Testamento, invece, il tema si afferma non solo come “manna dal cielo”, come sostentamento materiale, ma anche come vero e proprio nutrimento spirituale, simbologia che accompagna la vita di Gesù dall’inizio alla fine: dalla nascita in una stalla di Betlemme (nome che deriva da bet, casa, e lehem, pane), alla predicazione, con la comparsa del “pane quotidiano” nella preghiera del Padre Nostro, fino alla morte, con il rito del pane spezzato, durante l’ultima cena, quando viene istituito il sacramento dell’eucaristia, simbolo del corpo della divinità che diventa cibo umano e divino insieme.
La narrazione del Vangelo intorno alla simbologia del grano e del pane, attinge a una vasta tradizione presente in tutto il bacino del Mediterraneo, in cui il ciclo vitale delle spighe è associato alla resurrezione della divinità che, con il suo sacrificio, permette la rinascita della vita futura. Ma queste idee si ritrovano, almeno fino al secolo scorso, nelle tradizioni agricole di tutta Europa: dalla Scozia alla Germania, dall’Irlanda del Nord ai paesi dell’est, il mito classico della “dea bionda” sopravvive con quello cristiano della resurrezione, ed è stata tradizione condivisa bruciare un fantoccio di spighe in ogni campo, al termine della mietitura, sperando che il suo spirito di fertilità si rinnovasse nel raccolto successivo.



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